Sneak a Grap(h)eek!

Idee, immagini, pensieri e parole.

I see colors everywhere – la mostra curata da Fabrica

È così che si chiama la mostra dedicata a Benetton e allestita alla Triennale di Milano dal 24 al 28 settembre 2017.
Un percorso che si snoda tra opere di fotografia, illustrazione, scultura e installazione, in cui il messaggio sociale è traslato dalla creatività di ogni artista come tributo ad un brand che ha fatto della multietnicità il suo punto di forza, in una riflessione sul colore che dura ormai da 50 anni. 

Appena entrati si viene colpiti subito dal contrasto luci/ombre dell’ambiente, con le prime opere esposte illuminate da faretti che accentuano la singolarità di ogni elemento grazie anche alla monocromaticità dell’insieme.

Craig Holden Feinberg – Freedom of press (2003)
Tim Wan – Shades of our times (2017)

La prima sezione della mostra è proprio dedicata al bianco e al nero, in cui spiccano opere di Craig Holden Feinberg che con “Freedom of press” inneggia coraggiosamente alla libertà di stampa.
Jonas Eltes ci mette davanti alla sofisticata ironia dell’apprendimento automatico dei bot con la sua installazione “Lost in computation“, una surreale conversazione in tempo reale tra due chatbot.
L’opera di Tim Wan, “Shades of our times“, strizza l’occhio all’iniziativa promossa da Pantone e presenta quattro nuove tonalità di colore ispirate a temi globali estremamente attuali.
White on white” di Chan Wai Hon si presenta come una piccola sfida: la pila di poster (bianchi con una stampa a rilievo anch’essa bianca) su un piedistallo illuminato dall’alto cela un messaggio segreto che solo i più attenti riusciranno a scoprire e, di conseguenza, ad avere la loro ricompensa. 

Jaime Hayon – Fabrica Features (2001)

Ci si inoltra quindi in una zona che ha il blu come colore principale e ci si trova davanti all’opera di Jaime Hayon, che rappresenta un connubio tra arte e decorazione. “Fabrica features“, questo il nome dell’installazione, mette in scena forme umanoidi, di animali e di piante che a loro volta vanno a creare una parete precedentemente ideata per la vetrina del negozio di Fabrica Fatures a Istanbul.

Fanqiao Wang – I’m a shit, I’m fine (2014)

Dopo il blu passiamo al rosa, dove l’installazione di Angelo Semeraro colpisce per la profondità del messaggio che porta.
In “The viral self” Semeraro proietta su un corpo umano digitale, che continua perennemente a ruotare su se stesso dei contenuti virali, annullando completamente agli occhi dell’osservatore la figura della persona in quanto tale e rendendola un semplice oggetto su cui mostrare i video.
Troviamo poi la delicatezza di sentimenti come la fiducia in sè stessi, la felicità e l’amore trattati in maniera irriverentissima tramite la storia di una cacca infelice nelle illustrazioni di Fanqiao Wang I’m a shit, I’m fine“.

Sílvia Matias – Color mood (2017)

La sezione rossa raggiunge con forza l’occhio del visitatore grazie anche a “Color Mood” di Sílvia Matias, un’opera costituita da tende di metallo con frasi che compaiono a seconda del punto di vista dell’osservatore, creando un contrasto potente tra colore, parole, messaggio e supporto.

Marina Rosso – The Beautiful Gene (2014)

Si arriva così all’arancione, dove mi ha colpita profondamente l’opera di Marina Rosso intitolata “The beautiful gene“: una serie di ritratti fotografici di persone col gene dei capelli rossi (un vero e proprio rimando alle campagne Benetton).

Marco Zanin – Chromoskopje (2017)

Il giallo è, tra tutti i colori dello spettro cromatico, quello più visibile da lontano. In questa zona primeggia un’installazione di Marco Zanin il cui titolo è “Chromoskopje“; di fatto un’interpretazione di un avvenimento realmente accaduto nella città di Skopje (Macedonia), dove alcuni attivisti hanno colpito con delle bombe di vernice edifici e monumenti come protesta verso il governo locale.

Lorenzo Vitturi – Biopark (2007)

Unless you do these crazy things” di Nikolaus Vamvouklis, nella sezione verde, è un’opera con performance: l’artista classifica una serie di libri dalla copertina verde e le storie contenute sono poi lette nel corso della mostra.

Mariana Fernandes – Snap (2017)

La particolarità consiste nella difficoltà l’artista di distinguere i colori verde-rosso, a causa del suo daltonismo.
Lorenzo Vitturi, che ha avuto anche una feature su Vogue.it, pone con un certo sarcasmo una domanda per il futuro con il suo scatto “Biopark“: quale sarà la sorte del pianeta e della stessa umanità considerati i tassi di riscaldamento globale? La foto propone l’immagine di due conifere scandinave al riparo sotto campane di vetro perché sofferenti per via del troppo caldo.
Snap“, di Mariana Fernandes, è il metronomo visivo che dà il tempo all’intera esperienza. Una grossa mano al neon verde che mima uno schioccare di dita.

È dunque con la sezione verde che si conclude l’esperienza “I see colors everywhere“, un percorso che, oltre alla poliedricità di significati dei colori stessi, è un’immergersi nella visione personale di ogni artista.

Prima di concludere questo post però, permettetemi di fare una breve digressione sul catalogo relativo alla mostra prodotto da Fabrica, distribuito gratuitamente in loco: si presenta come un formato leggermente più piccolo di un A0, piegato nell’asse orizzontale e poi verticalmente in 4 per creare uno sfogliabile da 8 facciate.
I font sono sans puliti per creare, con le diverse dimensioni, spessori e colori, i giochi grafici che fanno parte della creatività e che rende il tutto di facile leggibilità.
La carta è una Splendorlux L/W di Fedrigoni assolutamente piacevole al tatto per chi, come me, ama le carte materiche ma con la patinatura che, in questo caso, non si scopre fino a che non si allarga completamente il catalogo per rivelare la composizione geometrica stampata sul retro.
L’approfondimento sui colori e le varie opere presenti (tutto bilingue, italiano e inglese) è molto interessante e guida l’osservatore alla scoperta della mostra, senza però rivelare troppo dell’esperienza: sta ad ognuno dei presenti osservare, capire ed interpretare quello che viene proposto a gran voce (o per meglio dire a gran colore!). 

Alla prossima! 

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